ALCUNI SCORCI DELLA VITA E DELL’ATTIVITA’ LETTERARIA DI BINO REBELLATO

OLYMPUS DIGITAL CAMERABINO è nato il 14.01.1914 a Cittadella, in località VACCARIE, vicino al Tergola, da una famiglia contadina. Era un uomo fisicamente ben dotato, occhi neri vivaci, capelli folti; un paio di baffi incorniciavano un volto sereno e una piacevole aria sorniona. Come molti di voi ricordano, aveva una forte tempra di carattere, tenace nelle sue idee, indomito nelle sue azioni, d’indole un poco ribelle, ma sempre desideroso di libertà. Compiuti gli studi liceali si iscrisse alla facoltà di lingue e letteratura a Venezia, ha insegnato alle scuole elementari; a 20 anni ha fatto il corso allievi ufficiali e nel 1943 partecipò come capo partigiano alla Resistenza contro i tedeschi, dopodiché iniziò la sua attività come EDITORE. Nel contempo scriveva poesie.

È stato saggista, critico d’arte, gallerista, incisore, promotore di varie iniziative culturali; fondatore del Gruppo ARTI e LETTERE (1973); cofondatore del ROTARY prima, poi del LIONS di Cittadella. Ma la sua più felice intuizione fu (1953) la creazione del Premio Poesia di Cittadella, durato 25 anni. Bino era un narratore profondo, quasi ispirato; manifestava sempre con gli amici eletti una calda convivialità.bino3

Ha mostrato un grande amore per la sua terra, per Cittadella poi è riuscito a trasformare le antiche MURA da espressione geografica ad espressione pittorica, letteraria e poetica.

Aveva un gusto raffinato e leggero per l’ironia, rammentava episodi particolari con una limpidezza e precisione di linguaggio sempre avvincenti (anche quando usava il dialetto); lo si ascoltava sempre molto volentieri perché in tutto ciò che raccontava emergeva sempre il seme della sapienza e un germoglio di umanità.

 I grandi amori della sua vita sono stati tre: la Poesia; Cittadella e i luoghi della memoria; l’inseparabile Bicicletta.

Lui definì la Poesia come “radice e vertice del reale”. La Poesia è stata il cibo della sua intelligenza e di essa ne aveva fatto “una ragione di vita”. Penso sia stato un poeta di assoluta originalità, difficilmente catalogabile in scuole di pensiero o correnti letterarie; è stato un cantante solitario, una figura luminosa nel panorama della poetica italiana del secondo novecento.

Nel suoi versi c’è una poesia che abbaglia e non si vede; quando parla “DELL’ALTRO IN NOI” ci dice che non siamo nei confini di noi stessi, ma siamo sempre al di là.

I luoghi amorosamente evocati nei suoi scritti riguardavano il suo universo nativo come le campagne, gli orti, le siepi, i giardini, i cavini, i borghi, le Mura di Cittadella, il Tergola, ma riguardavano anche la gente che vi abitava, come i contadini, i pescatori, gli uomini di strada e nello stesso tempo riusciva a trasferirsi negli spazi di un modo metafisico, irreale, inintelligibile, tant’è che “attraverso la parola scritta esprimeva l’indicibile degli altri mondi che, a nostra insaputa, esistono fuori di noi”.

La Poesia era per lui come un mondo in cui abitare sottraendosi al frastuono della vita, diventata per lui troppo rumorosa e chiassosa; difatti esprimeva dissenso per la musica moderna, per contro amava molto le melodie gregoriane. Spesso alzava grida di allarme contro la società ipertecnologica ed industriale che, a suo dire, aveva deturpato l’ecumene, cioè l’ambiente e il mondo vegetale.

Bino aveva avuto la fortuna di godere sempre di una buona salute: solo un intervento chirurgico per un’ernia inguinale strozzata e un’operazione agli occhi per cataratta bilaterale. Solamente in tarda età, aveva 85 anni, quando un morbo fatale lo colse di sorpresa insinuandosi subdolamente e lentamente nelle sue carni: un cancro alle corde vocali! Proprio l’organo a lui molto utile ai fini della comunicazione sociale; ma lui era insensibile ai miei solleciti ed imperativi, ma affettuosi richiami, talchè la malattia raggiunse uno stadio molto avanzato.

Lui considerò questa malattia funesta come una punizione immeritata di un destino avverso, perché così forte e radicato era l’attaccamento e il senso della vita, come se questa non dovesse mai aver fine. Dopo un intervento chirurgico riduttivo rifiutò ogni ulteriore trattamento di terapia adiuvante, complementare.

Da allora non riuscì più a proferir parola. Nell’anno 2000, in occasione del suo compleanno, gli amici riuniti, gli facemmo dono di un apparecchio per migliorare la fonìa, ma lui, ormai sfiduciato ed orbato di ogni futura speranza sul destino fatale che lo attendeva, non ha mai voluto utilizzarlo.

Bino non guidava l’auto perché non aveva la patente, però con spirito di sottomissione e di radicato affetto, la moglie EGLE lo accompagnava ovunque doveva recarsi per manifestazioni culturali. D’altro canto il suo mezzo di locomozione, fortemente accarezzato era la BICICLETTA: con la bici in sella in un rito quotidiano, si spostava da un luogo all’altro della memoria, girava per le Vaccherie, le vivaci sponde del Tergola e sulle polverose strade di Onara; era una bici nera di marca Bianchi, con i freni a bacchetta, e lui pedalava, avendo sempre sotto gli occhi il continuo magmatico e misterioso perpetuarsi della vita.

L’abile incisore Bruno Gorlato, suo amico fedele, disegnando le 4 porte di Cittadella, in una di esse volle immortalare la bici di Bino perché sapeva che per lui era un mezzo caro ed insostituibile.

Negli ultimi anni del suo pellegrinaggio terreno, anche quando era malato, con la nebbia, il gelo, il sole, ogni mattino usciva di casa, da Via Generale Giardino, con la bici, quasi per rendere il suo omaggio alle Mura, sempre col basco calato di traverso sopra le austere ciglia, portando un foulard, senza vezzo, attorno al collo, quasi a scusarsi di aver perso il timbro… ormai roco della voce.

La genialità della sua mente si è rivelata altresì in un altro settore artistico: “il disegno di tavole a carboncino”: una sorta di dialogo tra parola e segno legata ad una sua naturale inclinazione. Sono luoghi comuni disegnati dal vero nel corso di solitarie passeggiate intorno al mondo della casa, un mondo antico, puro, così essenziale: la casa, i campi, i cavini, gli alberi, la neve, i profili merlati delle mura medievali di Cittadella, insomma la traduzione di immagini di quelle realtà familiari, ancora intrise di voci e di presenze autentiche.

Amava tanto il “DIALETTO VENETO” da farne spesso una commistione, una piacevole simbiosi con la lingua italiana. Lui definì il dialetto “la radice viva del nostro essere parola, l’umano senza tempo”.

La lettura dell’antologia folenghiana lo colpì tardivamente come un colpo di fulmine; così volle costruire, affiancando Teofilo Folengo, una poesia nuova ma con un altro linguaggio altamente espressivo: “ IL DIALETTO Arcaico del suo mondo contadino PAVANO”.

Mi domanderete chi era Teofilo Folengo (1491-1543), alias Merlin Cocai? Un monaco benedettino, nato a Mantova e sepolto nella chiesa del monastero di S. Croce di Campese, vicino a Bassano. Aveva un’intelligenza molto raffinata ed una solida cultura, un carattere irrequieto. Fu un vero anarchico della lingua al punto che ne creò una nuova: il LATINO MACHERONICO. Mentre il dialetto folenghiano è di alto substrato latino, quello di Bino è classicamente rustico “Pavano”, molto simile a quello di Angelo Beolco (alias Ruzzante). L’elaborato di Bino: “IL MIO FOLENGO” venne presentato nell’anno della mia presidenza (1996) presso il Teatro Sociale di Cittadella dal prof. Di LATINO ANTICO: Giorgio Bernardi Perini dell’Università di Padova.

A chiusura di questo breve escursus sulla vita di Bino non posso esimermi dal ricordare che, assieme ad altri riconoscimenti e testimonianze, gli venne conferita la prestigiosa laurea “honoris causa” da parte dell’università di HALBANY (NEW YORK)

 

Bino è deceduto il 18 luglio 2004: così il Gazzettino di Padova annunciò la sua morte: BINO se n’è andato. Cittadella si scopre più sola. Con il POETA EDITORE la città perde l’autore che più di ogni altro l’ha rappresentata nella storia culturale del ‘900; nelle sue opere la sua fedeltà alla sua città, alla natura e alle radici del Veneto.

Concetto Carfagna

Alcuni giudizi espressi da letterati, amici di BINO.

 “Rebellato combina la concretezza del suo mondo campestre, il reale che sfrutta per la sua poesia, con la disposizione metafisica del suo spirito; la sua poesia è animata da VERITA’ oltre l’apparenza, metafisica e religiosità elevate a poesia” (Carlo Betocchi).

  “Hai saputo camminare per conto tuo; sei riuscito a mantenere intatta la tua vocazione poetica, lacerando il tuo cuore, per inseguire nella luce del VERBO la tua verità. Con lui Cittadella ha perduto un figlio devoto ed illustre e la poesia ha perduto una voce importante” (Carlo Bo).

 “Ha maturato la coscienza DELL’ALTRO IN NOI non significa alienazione e neanche ricchezza letificante, ma un indizio della complessità di ciascuno” (Silvio Ramat).

 “Il poeta di Cittadella nel suo libro “IL MIO FOLENGO” come il poeta Folengo, ha saputo decantare, senza tradirne le stimmate, un mezzo linguistico radicato nella melma del reale, per l’innanzi all’uso poetico, ne ha sviluppato ed esplorati, incrementato le virtù latenti, ne ha ricavata una lingua nuova assoluta” (Giorgio Bernardi Perini).

 “Con la sapienza dell’incisore cesellava anche i suoi versi” (Maurizia Rossella).

 “Fabbro infaticabile e severo della propria officina poetica. Grande protagonista della cultura veneta” (Marco Munaro).

 “Se la Poesia non affonda le sue radici nel DIVINO come trascendenza spirituale e portante dell’uomo, raramente potrà ammantarsi di questo nome” (Bino Rebellato).

Non ho mai scritto il versoOLYMPUS DIGITAL CAMERA

Non ho mai scritto il verso
che per tutta la vita
ho sognato di scrivere.

E non ho mai saputo
il vero puro timbro
della mia voce.

Di sorprenderla ogni giorno m’illudo
in attimi di grazia
immacolata come l’alba
prima del mondo.

Dalla mia lingua muta
parla una voce
che non conosco.

Bino Rebellato

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